Produzioni

L'uomo, la bestia e la virtù

di Luigi Pirandello

Con Alessandro Waldergan, Gianni Poliziani, Giulia Canali, Francesco Pompilio, Roberta Bedogni, Angelo Cagnazzo

Regia Manfredi Rutelli

Musiche Paolo Scatena

assistente Elisabetta Piermattei

Riportare sulla scena un classico, riportarlo e renderlo attuale, presente, urgente. Trovare il senso universale ed atemporale che possa fare di un'opera teatrale, un atto necessario. Questo volevo realizzare nell'affrontare questo testo, quest'opera. E per farlo non si può non tener conto che questo testo è ciò che il passato ci ha consegnato, è un risultato. E se noi ci limitassimo a rifare, a riprodurre, il risultato, uccideremmo la forza creativa che ha portato a quel risultato. Dobbiamo appropriarci del percorso creativo che ha portato a quel risultato, ripercorrendo il processo creativo che, nel suo tempo, ha percorso Pirandello per creare questo testo. Questo può darci il senso universale di un'opera. Questo è il lavoro che abbiamo fatto. Con l'intenzione di non tradire la creazione dell'autore e di voler esprimere  la forza vitale della vicenda narrata. Tornare alla creazione. Ecco, questa è l'intenzione. Ma poi interviene il caso; ed il caso è il lavoro, il processo di elaborazione sulla scena insieme agli attori, al musicista, allo scenografo. Ed è un caso creativo, che spesso modifica l'intenzione. Anche il nostro protagonista, il professor Paolino, è vittima del caso, un caso che modifica drammaticamente le sue buone intenzioni. Che svela l'ipocrisia dentro cui tutto è posto in artificioso equilibrio, grazie all'uso di maschere sociali, allora come oggi, da tutti, indossate. Maschere. Come sempre, maschere. Anche in questa commedia farsesca, sono le maschere ad essere raccontate e poi svelate, fatte cadere, ad opera del caso, di un imprevisto che rompe gli equilibri e costringe la natura umana a rivelarsi.

Tacabanda

Racconto per attore e ottoni di paese 

Con Gianni Poliziani

di Matteo Pelliti e Manfredi Rutelli

Musiche eseguite dal vivo

Regia Manfredi Rutelli

 Cosimo Valdambrini è un clarinettista e sassofonista di grande talento, dal passato glorioso, vissuto con alterne fortune tra grandi orchestre jazz, bande di paese e complessini estivi. Fino a che, una mattina, si è ritrovato a dover superare ad ogni costo uno strano provino. Questi gli ingredienti di Tacabanda, racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che mette in scena, con ironia e malinconia, l'ultimo tentativo di un musicante di dare senso alla propria carriera e di ritrovare qualche risposta per la propria vita: cosa significa avere successo? Cosa è Arte? Qual è la grande magia della musica? Chi è il severo esaminatore che lo ha convocato? Riuscirà il nostro Cosimo a cogliere quest'ultima occasione per vivere di musica? I brani musicali ed il racconto di grandi speranze deluse e piccole viltà, porteranno lo spettatore dentro i ricordi, le paure, le attese di un eroe perdente, un po' sbruffone, un po' sognatore, ma, soprattutto, di un uomo ancora capace d'imparare dai propri errori il modo per essere migliore.

"GrazZie"

 Di e con Massimo Roscia

Regia di Manfredi Rutelli

Musiche eseguite dal vivo da Massimiliano Pace

Dopo gli straordinari successi dei suoi ultimi tre libri, “La strage dei congiuntivi”, “Di grammatica non si muore” e “Peste e corna”, Massimo Roscia, scrittore ceduto in prestito (temporaneo) al teatro, porta in scena, sotto l'esperta guida del regista Manfredi Rutelli, uno spettacolo grammaticale fuori dagli schemi, uno spettacolo godibile, divertente e al tempo stesso assai utile, tutto incentrato sulla lingua italiana e sull’uso talvolta bizzarro e poco convenzionale che ne facciamo. Congiuntivi maldestramente invertiti con i condizionali, mutilazioni della lettera H, accenti confusi con apostrofi, inversioni di singolari e plurali e maschili e femminili, reggenze errate, impianti desinenziali fatti a brandelli, pronomi violentati, punteggiatura gettata a casaccio, neologismi e forestierismi al limite della blasfemia, inutili pleonasmi e altri innumerevoli errori, commessi ogni giorno a ogni latitudine, rappresentano il pretesto narrativo autentico di quest’opera, perché sono tutti, ahimè, tragicomicamente reali. E lo fa sorridendo e facendo sorridere, senza mai demonizzare l’errore o ridicolizzare chi l’ha commesso. Nessuna lavagna con i buoni e i cattivi; nessun discorso professorale e didascalico; nessuna regola astratta e incomprensibile da imparare a memoria e da ripetere meccanicamente come una poesia o una tabellina di aritmetica. Ed è così che lo spettatore, dopo aver riso di una battuta o di un errore, se ne torna a casa felice e soddisfatto, con un paio di insegnamenti, qualche spunto di riflessione, lo spirito rallegrato e il crescente desiderio di amare un po’ di più questa magnifica lingua che è l’italiano. 

Lo spettacolo, per il suo argomento, per le sue tematiche, il modo leggero e vivace con cui vengono trattate, e la sua durata, è molto apprezzato dai professori delle scuole medie e superiori, e quindi molto indicato per delle repliche scolastiche.

Giallo in Piazza

di e con Erina Maria Lo Presti  

testi di Alessandro Schwed 

Regia di Manfredi Rutelli  

Un paese della Toscana. Una strana sparizione. Un mistero. La statua di piazza, il monumento equestre, scompare. L’intero paese è sbalordito. Una televisione locale gira un documentario e raccoglie i racconti di 10 testimoni, i quali giurano di aver assistito a fenomeni “sovrannaturali” intorno alla statua, avvenuti proprio il giorno prima della “scomparsa”. Sono uomini e donne che approfittando delle telecamere, raccontano verità discordanti tra loro, intrise della loro vita parallela nei social network, partite alla playstation coi nipoti e in una sorta di veglia esondano in verità personali inconfessate…Una farmacista che fa alzare la pressione ai clienti. La presidentessa di un circolo di araldica che vuole far diventare nobili tutti i paesani. Un cacciatore pentito. Un artigiano con problemi di masticazione…e altri ancora. Ma mentre la tv per fare le riprese con le telecamere ha chiamato a raccolta nel teatro locale gli abitanti e i 10 testimoni, spunta un undicesimo testimone. Il quale giura di conoscere la VERITA’ sull’incredibile sparizione. E la VERITA’ sarà sorprendente.  

“…Si apre la scatola magica del teatro e dal buio entrano nella luce i personaggi di Erina, un caleidoscopio di volti e cappellini rossi, ilarità esplosiva, tragedia e unicità sorprendenti”.  

Erina Maria Lo Presti, fondatrice con Katia Beni e Sonia Grassi del mitico trio comico “Le Galline”. Erina torna in solitaria con questo spettacolo tragicomico e riequilibra la solitudine teatrale riempiendo il palcoscenico con 12 personaggi. Con questo spettacolo Erina consolida il sodalizio artistico con il regista Manfredi Rutelli, dopo ”il Treno è Passato?”, insieme a Roberto Ciufoli e “QuisazQuisazQuisaz?” scritti e diretti dallo stesso Rutelli. 

Storia di un soldato

uno spettacolo di musica/danza/teatro

Liberamente ispirato a "L'histoire du soldat"

di Charles-Ferdinand Ramuz e Igor Stravinskij

Drammaturgia e Regia di

Manfredi Rutelli e Luca Fusi

Con gli attori del Centre de Formation et de Reacherche en Arts Vivantes (CFRAV) di Ouagadougou in Burkina Faso, patrocinata dall’UNESCO

Il libro, il Diavolo e le sue mascherazioni, la tentazione della ricchezza, la nostalgia del villaggio, la principessa malata: Stravinskij e Ramuz presero in prestito questi simboli incastonati nelle fiabe popolari russe per creare una delle più affascinanti operazioni musicali e drammaturgiche del ‘900. Un secolo è passato, ma quei simboli sono ancora potenti e fanno vibrare lo spirito artistico di questo mondo che si globalizza. È così che un gruppo di giovani attori del Burkina Faso, guidati da due registi italiani, si confrontano con quella storia e quello spirito, scoprendo che, senza saperlo, Stravinskij e Ramuz avevano parlato proprio dell’Africa.

Come ogni vera opera universale L’”Histoire du Soldat” sa parlare a tutti. In questo caso sembra proprio parlare al giovane africano, lacerato dal perenne conflitto fra i moderni specchi luccicanti delle promesse occidentali (il libro) e la dignitosa povertà di un mondo tradizionale, durissimo ma familiare (il violino). Il libro che viene a sconvolgere l’oralità di una cultura millenaria, l’avidità di ricchezze che ruba il tempo staccandoti implacabilmente dalle radici confortanti del villaggio e della famiglia, l’impossibilità di trovare soddisfazione nella realtà più ricca quando si sono strappati i legami con i riferimenti culturali e affettivi più profondi.

In scena quattro giovani attori burkinabé della scuola di teatro CFRAV di Ouagadougou i loro corpi, le loro anime, i sogni, i conflitti, le danze: pochi artifici teatrali, ma molta sincerità nel confronto con questo mostro sacro. La lingua sulla scena passerà dal francese all’italiano al mooré, al dioula… suoni diversi per una fruibilità semplice e profonda ed una comprensibilità universale. Il violino non c’è più, ci sono gli strumenti tradizionali africani, ma la ricerca del senso autentico degli interrogativi umani proposti dall’”Histoire di Soldat” sarà ancora totalmente presente.